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Quando i nostri figli ci chiedono di tornare a vivere per noi

mayam21
3 set
Tempo di lettura: 4 min

Ieri i miei figli mi hanno fatto una domanda che, sul momento, mi è sembrata quasi una provocazione:

«Ma tu che programmi hai per la tua vita? Non hai degli obiettivi?»

La prima cosa che ho pensato è stata che la loro età li portasse a vedere la vita come una lunga successione di traguardi. Quando si ha ancora tutto davanti, si vive così: bisogna studiare, scegliere una strada, trovare un lavoro, diventare indipendenti, viaggiare, innamorarsi, costruire qualcosa.

Ogni obiettivo sembra condurre verso la persona che si desidera diventare.

Quando, invece, alcune delle grandi tappe della vita sono già state attraversate , il matrimonio, i figli, una casa, il lavoro, la costruzione di una famiglia , forse non si vive più soltanto per raggiungere obiettivi. Si comincia a cercare soddisfazioni.


Ma, ripensandoci, ho capito che dietro la domanda dei miei figli c’era qualcosa di diverso.

Non mi stavano chiedendo di essere più ambiziosa.

Erano preoccupati per me.


“Mamma, che cosa farai quando noi andremo via?”

Forse quello che cercavano di dirmi era:

«Noi sappiamo che prima o poi prenderemo la nostra strada. Vorremmo sapere che tu avrai qualcosa che ti rende felice anche senza di noi.»



I figli percepiscono molto più di quanto immaginiamo.

Si accorgono quando sono il nostro pensiero principale, quando le nostre giornate ruotano intorno alle loro necessità, quando il nostro umore dipende dal sentirli, dal vederli o dal sapere che stanno bene.

Per una madre tutto questo può sembrare naturale. Per anni ci siamo occupate di loro, abbiamo organizzato le nostre giornate intorno ai loro impegni e abbiamo messo le loro necessità davanti alle nostre.

Non è semplice, quando diventano grandi, interrompere improvvisamente quel movimento.

L’amore resta lo stesso, ma non trova più gli stessi spazi nei quali esprimersi.

Per un figlio, però, sentirsi al centro della vita della propria madre può diventare anche una responsabilità.

Può nascere il timore che scegliere la propria strada significhi lasciarla sola. Che andare lontano, costruire una relazione o dedicarsi alla propria vita voglia dire sottrarle qualcosa.

E nessun figlio dovrebbe sentirsi responsabile della felicità di un genitore.


Abbiamo spesso l’idea che amare i figli significhi essere sempre disponibili, proteggerli e far sentire loro che potranno tornare da noi in qualsiasi momento.

Ed è vero.

Ma, quando diventano adulti, esiste un’altra forma d’amore, forse ancora più difficile: permettere loro di andare senza il peso di doverci rendere felici.

Dire, non soltanto con le parole ma attraverso la nostra vita:

“Vai. Costruisci la tua strada. Io sentirò la tua mancanza, ma saprò prendermi cura di me.”

Non significa amarli meno o non avere più bisogno della loro presenza.

Significa non trasformare quel bisogno in una responsabilità che appartiene a loro.

Forse i miei figli, chiedendomi quali fossero i miei programmi, stavano cercando proprio questa rassicurazione. Volevano sapere che la mia vita non sarebbe rimasta sospesa nel momento in cui loro fossero partiti.

Che io avrei continuato a desiderare, a progettare e a vivere.



Credo ancora che, con il tempo, cambi il nostro modo di guardare al futuro.

Da giovani viviamo soprattutto per obiettivi, perché abbiamo bisogno di costruire le fondamenta della nostra esistenza.

Più avanti non abbiamo necessariamente bisogno di un altro grande traguardo. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci appartenga e ci dia soddisfazione.

La differenza è sottile, ma importante.

Un obiettivo risponde alla domanda: “Che cosa devo raggiungere?”

Una soddisfazione risponde alla domanda: “Che cosa mi fa sentire viva?”

Può essere un progetto professionale, ma anche scrivere, viaggiare, imparare qualcosa, conoscere nuove persone, coltivare un interesse o concedersi finalmente del tempo senza sentirsi in colpa.

Non deve necessariamente essere qualcosa di grande o visibile agli altri.

Deve essere nostro.

Chi sono, oltre a essere la loro mamma?

La vera domanda, allora, non è soltanto quali obiettivi io abbia.

È capire chi sono adesso che i miei figli stanno diventando grandi e non hanno più bisogno di me nello stesso modo.

Per tanti anni essere madre ha occupato uno spazio enorme della mia identità. Uno spazio meraviglioso, pieno d’amore, ma così grande da lasciare talvolta in ombra tutto il resto.

Adesso non devo smettere di essere la loro mamma.

Devo ricordarmi di essere anche altro.

Una donna con desideri propri, curiosità, interessi e ancora molte parti di sé da conoscere. Una donna che può sentire la mancanza dei figli senza smarrirsi nella loro assenza.

Forse è proprio questo che loro stanno cercando di chiedermi: non di allontanarmi, ma di tornare anche verso me stessa.

La mia felicità non sarà un vostro compito

Se oggi dovessi rispondere alla loro domanda, direi:

«Non so ancora con precisione quali saranno tutti i miei programmi. Ma so che non voglio vivere aspettando soltanto le vostre telefonate, i vostri ritorni o i momenti in cui avrete bisogno di me.

Voglio scrivere, viaggiare, conoscere, imparare. Voglio trovare cose che mi facciano alzare al mattino con entusiasmo. Voglio continuare a essere presente nella vostra vita, senza smettere di essere presente nella mia.

Mi mancherete quando andrete via, perché l’amore sente la mancanza. Ma non dovrete restare per proteggermi dalla solitudine.

La mia felicità non sarà un vostro compito.»

Forse questo è uno dei passaggi più delicati dell’essere madre: comprendere che, dopo aver insegnato ai nostri figli a camminare da soli, dobbiamo dimostrare loro che anche noi siamo ancora capaci di farlo.

E forse il prossimo obiettivo non è trovare immediatamente un nuovo grande progetto.

È iniziare a domandarci, con sincerità:

“Che cosa potrebbe rendere bella la mia vita, anche quando nessuno avrà bisogno di me?”

La risposta potrebbe non arrivare subito.

Ma cominciare a cercarla è già un modo per tornare a vivere.

 
 
 

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