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Risparmio energetico emotivo: quando abbassiamo la luminosità dei nostri occhi

  • mayam21
  • 22 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min


Ci sono momenti della vita in cui non stiamo veramente male, ma non possiamo neanche dire di stare bene. Semplicemente, sentiamo meno.

Abbiamo meno voglia di uscire, di conoscere persone nuove, di raccontarci, di entusiasmarci. Ci invitano da qualche parte e il primo pensiero è che, forse, preferiremmo rimanere a casa. Conosciamo qualcuno e, invece di chiederci dove potrebbe portarci quell’incontro, pensiamo subito a quanta energia potrebbe costarci. Ci propongono qualcosa di nuovo e, prima ancora di provare curiosità, avvertiamo stanchezza.

Non siamo necessariamente tristi. Siamo diventati prudenti con le nostre emozioni.

Come quando il telefono ha poca batteria e attiva la modalità risparmio energetico. Lo schermo diventa meno luminoso, alcune funzioni vengono limitate, le attività in background si interrompono. Tutto continua a funzionare, certo, ma al minimo indispensabile.

E forse, qualche volta, succede anche a noi.


Continuiamo a vivere, a lavorare, a occuparci della famiglia, a rispondere ai messaggi, a vedere gli amici. Sorridiamo, organizziamo, risolviamo problemi. Da fuori, probabilmente, nessuno si accorge di nulla.

Ma dentro abbiamo abbassato la luminosità.

Forse abbiamo amato troppo. Aspettato troppo. Sperato troppo.

Forse abbiamo passato anni a prenderci cura degli altri, a risolvere problemi, a tenere insieme situazioni, persone, famiglie, relazioni. Abbiamo cercato di capire, di giustificare, di perdonare e di ricominciare.

Abbiamo investito energie in persone che non hanno saputo restituircele. Abbiamo combattuto battaglie che pensavamo valesse la pena combattere. Abbiamo continuato a dare anche quando, probabilmente, non avevamo quasi più nulla da dare.

E poi, a un certo punto, qualcosa dentro di noi ha semplicemente detto basta.


Non necessariamente con rabbia. Non c’è stata una decisione precisa, un giorno in cui ci siamo svegliati pensando: “Da oggi non sentirò più niente”.

È successo lentamente.

Abbiamo iniziato ad aspettarci meno, a fidarci meno, a desiderare meno.


Perché desiderare significa esporsi alla possibilità di rimanere delusi. Fidarsi significa accettare il rischio di essere feriti. Entusiasmarsi significa investire energia in qualcosa senza sapere come andrà a finire.

E quando siamo stanchi, persino la speranza può sembrarci un rischio troppo grande.

Così, quasi senza rendercene conto, iniziamo a risparmiare.



Quante volte ci siamo chiesti cosa ci sia successo? Perché prima ci entusiasmavamo e adesso no? Perché non abbiamo più voglia di conoscere nessuno? Perché preferiamo stare da soli? Perché alcune cose che un tempo ci facevano battere il cuore oggi ci lasciano quasi indifferenti?


Forse la risposta è più semplice di quanto immaginiamo.

Non siamo diventati freddi. Siamo stanchi.

Stanchi di spiegare quello che proviamo, di chiedere ciò che dovrebbe essere spontaneo, di aspettare persone che non sanno decidere se vogliono esserci.

Stanchi di dare seconde, terze e quarte possibilità.

Stanchi di essere quelli forti, quelli comprensivi, quelli che trovano sempre una giustificazione, quelli che capiscono tutto e tutti.

E allora il nostro sistema emotivo fa qualcosa che, in fondo, ha perfettamente senso: riduce i consumi.


Continuiamo a funzionare, ma eliminiamo tutto ciò che ci sembra non indispensabile. Chiudiamo, una dopo l’altra, tutte quelle applicazioni emotive che consumano troppa energia: la fiducia, l’entusiasmo, la curiosità, la voglia di innamorarsi, la capacità di immaginare qualcosa di nuovo.

Non perché non ne siamo più capaci.

Semplicemente, non abbiamo abbastanza batteria.


Ed è qui che nasce, secondo me, la domanda più difficile.

Come facciamo a capire se finalmente abbiamo trovato la pace o se abbiamo semplicemente smesso di sperare?


Perché, viste da fuori, la pace e la rassegnazione possono assomigliarsi moltissimo.

In entrambi i casi non rincorriamo più nessuno. Non cerchiamo continuamente approvazione. Non abbiamo bisogno di riempire ogni spazio e possiamo stare bene anche da soli.

Ma dentro la differenza è enorme.

La pace dice: “Non ho bisogno che accada qualcosa per stare bene”.

La rassegnazione dice: “Non credo più che possa accadere qualcosa di bello”.

La pace lascia la porta aperta, anche se non aspetta nessuno.

La rassegnazione la chiude a chiave.

La pace non cerca disperatamente, ma se qualcosa arriva sa ancora accoglierlo. La rassegnazione, invece, spesso non vuole più nemmeno guardare chi sta bussando.

E credo che dovremmo avere il coraggio di farcela, questa domanda.


Sono finalmente serena o ho soltanto smesso di sperare?



La modalità risparmio energetico dovrebbe essere temporanea. Serve per proteggerci, per permetterci di arrivare fino al momento in cui potremo finalmente ricaricarci.

Il problema nasce quando dimentichiamo di disattivarla.

Quando iniziamo a pensare che quella versione ridotta della vita sia diventata la nostra nuova normalità.


“Ormai sono fatta così.”

“Sto meglio da sola.”

“Non mi interessa più niente.”

“Non ho bisogno di nessuno.”


E forse è vero.

Ma forse no.


Forse abbiamo semplicemente imparato a non desiderare ciò che temiamo di non poter avere. Perché, a volte, convincersi di non volere qualcosa fa meno male che ammettere quanto lo vorremmo.

Forse diciamo che non vogliamo più innamorarci perché abbiamo paura di soffrire ancora. Diciamo che non ci interessa conoscere persone nuove perché non abbiamo più voglia di raccontarci per poi sentirci delusi. Diciamo che non abbiamo bisogno di nessuno perché essere autosufficienti ci sembra molto più sicuro che rischiare, ancora una volta, di aver bisogno della persona sbagliata.

E a forza di proteggerci dalla sofferenza, finiamo per proteggerci anche dalla gioia.


Credo che il desiderio non possa essere forzato.

Non possiamo obbligarci a essere le persone che eravamo prima. Non possiamo costringerci a entusiasmarci, a fidarci, a innamorarci o a ricominciare.

E forse non dovremmo nemmeno provarci.

Perché la batteria non si ricarica utilizzando ancora di più il telefono. Si ricarica fermandosi e collegandosi a una fonte di energia.


Forse dovremmo iniziare a chiederci cosa ci ricarica davvero.

Quali sono le persone che ci lasciano più energia di quella che avevamo prima di incontrarle? Quali luoghi ci fanno respirare? Quali conversazioni ci fanno sentire vivi? Quando è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa senza dover essere utili a nessuno?

E soprattutto: quando è stata l’ultima volta che abbiamo desiderato qualcosa senza chiederci immediatamente se fosse possibile, ragionevole, conveniente o destinato a durare?


Forse il desiderio ricomincia proprio da qui.

Dalle cose piccole. Da una canzone ascoltata troppo forte in macchina. Da una cena che non avevamo voglia di fare e durante la quale, invece, abbiamo riso fino alle lacrime. Da un viaggio immaginato senza sapere se lo faremo mai. Da una persona che, inaspettatamente, riesce ancora a sorprenderci. Da qualcosa che, per un istante, riaccende la luminosità dei nostri occhi.


Siamo abituati a pensare che, quando qualcosa dentro di noi non funziona come vorremmo, dobbiamo immediatamente fare qualcosa.

Dobbiamo lavorarci, capirlo, analizzarlo, superarlo.

Dobbiamo guarire.

Dobbiamo evolvere.

Dobbiamo diventare una versione migliore di noi stessi.

Ma forse ci sono momenti in cui non abbiamo bisogno di fare altro lavoro su di noi. Abbiamo semplicemente bisogno di riposare.


Di non dover guarire per forza. Di non dover trovare immediatamente un nuovo obiettivo, una nuova passione, una nuova persona da amare. Forse abbiamo bisogno di concederci il diritto di avere poca batteria, senza pensare che sarà così per sempre.

Perché anche riposare è una forma di cura.

Anche ritirarsi, qualche volta, è necessario.

Anche avere meno voglia, meno entusiasmo e meno luce non significa necessariamente aver perso per sempre una parte di noi.

Significa, forse, che quella parte ha bisogno di essere lasciata in pace per un po’.


Succederà qualcosa.Forse niente di straordinario. Una persona, un luogo, una conversazione, un’idea. Una mattina in cui ci sveglieremo e avremo improvvisamente voglia di fare qualcosa. E quella voglia ci sorprenderà.

Perché pensavamo di non essere più capaci di desiderare.

Invece il desiderio era ancora lì.

Non era morto, Stava riposando.


Forse è questo che dovremmo ricordare quando attraversiamo quei periodi in cui sentiamo di vivere in modalità risparmio energetico emotivo.

Non dobbiamo necessariamente riaccendere tutto subito. Non dobbiamo tornare a essere quelli di prima. E soprattutto non dobbiamo forzarci a sentire qualcosa che, in questo momento, non riusciamo a sentire.


Dobbiamo solo imparare a riconoscere ciò che, poco alla volta, ci ricarica.

E avere abbastanza pazienza da rimanere accanto a noi stessi mentre succede.

Perché forse non siamo diventati freddi.

Non abbiamo perso la capacità di amare e non abbiamo smesso per sempre di desiderare.

Abbiamo soltanto consumato molta energia.

E adesso abbiamo bisogno di tempo.

Tempo per riposare, tempo per ritrovarci, tempo per tornare a guardare il mondo con curiosità.

Fino a quando, quasi senza accorgercene, qualcosa o qualcuno ci farà sorridere davvero.

E sarà proprio allora che capiremo che la luce non si era spenta. Avevamo soltanto abbassato, per un po’, la luminosità dei nostri occhi.

 
 
 

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