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Il bisogno di controllare tutto (e come ci rende prigionieri di noi stessi)

  • mayam21
  • 16 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è una parte di noi che ama avere tutto sotto controllo.

Che programma, prevede, anticipa.

Che cerca di evitare errori, imprevisti, delusioni.

Sembra una virtù — e in parte lo è — ma quando il bisogno di controllo diventa un’abitudine, finiamo per perdere proprio ciò che volevamo proteggere: la libertà, la leggerezza, la connessione con noi stessi.


Dietro il bisogno di controllare tutto, spesso si nasconde una paura profonda: quella di non essere abbastanza.

Temiamo di deludere, di essere giudicati, di non valere se non dimostriamo ogni giorno di essere “quelli affidabili”, “quelli che tengono insieme tutto”.

Così impariamo a fare, a prevedere, a risolvere.

E nel tempo, senza accorgercene, diventiamo indispensabili per gli altri… e invisibili per noi stessi.


Essere “la persona su cui tutti possono contare” ci dà un senso di importanza.

Ci fa sentire utili, amati, riconosciuti.

Ma è un amore condizionato: dipende da quanto riusciamo a fare, non da chi siamo.

E più gli altri si abituano al nostro “ci penso io”, più noi ci allontaniamo da noi stessi.

Non sappiamo più chiedere, delegare, riposare.

E quando finalmente potremmo fermarci… non sappiamo più come si fa.

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Il rischio più grande è che iniziamo a dimenticarci di noi stessi…a forza di controllare tutto, perdiamo il contatto con le nostre emozioni.

Sappiamo cosa serve agli altri, ma non sappiamo più cosa serve a noi.

Sappiamo gestire crisi, ma non ascoltare la nostra stanchezza.

Sappiamo consolare, ma non accogliere la nostra vulnerabilità.

È un paradosso: diventiamo bravissimi a prenderci cura degli altri, ma completamente analfabeti nel prenderci cura di noi stessi.


Lasciare andare non significa perdere e non vuol dire smettere di essere responsabili.

Vuol dire imparare a fidarsi — della vita, degli altri, e di noi.

Vuol dire accettare che non tutto dipende da noi, e che a volte le cose si sistemano anche senza il nostro intervento.

Vuol dire riconoscere che la nostra presenza vale più della nostra efficienza.

Vuol dire tornare a sé stessi!


Il primo passo è piccolo ma potente: fermarsi e chiedersi “Cosa voglio davvero, adesso, per me?”

Non per essere utile, brava o all’altezza. Ma per stare bene.

Solo da lì possiamo ricominciare a costruire un equilibrio più autentico, dove dare e ricevere tornano a danzare insieme.

 
 
 

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